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MICROFINANZA NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO: UN’OPPORTUNITÀ DI INVESTIMENTO SOCIALMENTE RESPONSABILE

La recessione economica, scatenata dalla crisi del sistema bancario e finanziario internazionale, pone nuovi interrogativi sul modo di “fare banca”, in presenza di impieghi in titoli o prestiti alla clientela che hanno evidenziato profili di rischiosità non percepiti prima della crisi e non supportati da un’adeguata patrimonializzazione. Gli investimenti in istituzioni di microfinanza nei paesi in via di sviluppo, tradizionalmente caratterizzati da rendimenti contenuti, hanno dimostrato una scarsa correlazione con i mercati internazionali, con un conseguente limitato profilo di rischio. La forte domanda di finanza etica, anche in risposta ad una generalizzata percezione di crisi di valori, apre nuove strade e mercati scarsamente esplorati, in un’economia sempre più globalizzata in cui problemi e opportunità sono – nel bene e nel male – sempre più condivisi. La microfinanza, una volta adeguatamente sviluppata, può dare un contributo duraturo e che si autoalimenta – come le fonti rinnovabili – alla soluzione della povertà, a differenza delle donazioni che svuotano le tasche dei benefattori per riempire solo temporaneamente quelle dei più bisognosi.

FUNDING DEL PRIVATE EQUITY TRA CRISI DI LIQUIDITÀ E PROBLEMI DI GOVERNANCE: QUALI LEZIONI PER L’ITALIA?

La tumultuosa crescita del mercato del private equity in fondi di venture capital o in operazioni di leveraged buyout, verificatasi nei Paesi anglosassoni, tradizionali apripista di operazioni e strumenti finanziari innovativi, ha interessato anche – seppure a scoppio ritardato e con volumi più contenuti – l’Europa continentale e il nostro Paese. Il ritardo dell’Italia – tutt’altro che sorprendente – da un lato ha consentito di cogliere solo in parte opportunità per finanziare imprese tecnologicamente innovative o agevolare cambi di proprietà anche in occasioni di ristrutturazioni e passaggi generazionali, ma dall’altro la sta ponendo parzialmente al riparo da problemi sistemici, che manifestano rilevanti ripercussioni su mercati e intermediari finanziari.

PATRIMONIO DI VIGILANZA, ICAAP E VALUTAZIONE DELLE SIM

Il patrimonio di vigilanza delle SIM ne esprime l’adeguatezza patrimoniale in funzione dei rischi che esse devono affrontare, anche nell’ambito del sistema di autovalutazione ICAAP (Internal Capital Adequacy Assessment Process). Le informazioni desumibili dal processo interno di valutazione dell’adeguatezza patrimoniale attuale e prospettica possono costituire una preziosa fonte informativa per la stima del valore di mercato delle SIM, in via complementare con altri parametri interni ed esterni. E lo stesso valore di mercato può sinergicamente contribuire a meglio stimare l’adeguatezza del patrimonio di vigilanza. Se il patrimonio di vigilanza è il naturale punto di partenza per la stima dei metodi patrimoniali di valutazione degli intermediari bancari o finanziari, le considerazioni sulla sua tutela prospettica, in funzione anche della matrice dei rischi (di credito, di mercato, operativi, strategici, di reputazione, di concentrazione, liquidità …) tipici delle SIM rappresentano una preziosa fonte informativa anche per metodi di valutazione alternativi o complementari, fondati sui flussi reddituali o finanziari o su parametri di mercato. Le informazioni prospettiche, da valutare anche con parametri di revisione come l’ISAE 3400, rientrano in senso lato nell’ambito dei piani strategici, industriali e finanziari richiamati dall’art. 2381 c.c., contribuendo a focalizzare il modello di business delle SIM, e risentono dei fattori di rischio da riportare in relazione sulla gestione, ai sensi dell’art. 2428 c.c. Utili accostamenti analogici possono essere fatti con i prospetti informativi delle società che si quotano o ancora con i piani economico-finanziari redatti in diverse fattispecie (dai leveraged buyout fino ai piani attestati per le crisi d’impresa). Una possibile sintesi tra diversi metodi di valutazione può trovare una rappresentazione nel sistema di valutazione integrato patrimoniale, economico, finanziario e di mercato, applicabile – con specifici adattamenti – anche alla peculiare natura delle SIM.

INVESTIMENTI IN PRIVATE EQUITY E VENTURE CAPITAL: PROBLEMI DI GOVERNANCE E CONFLITTI TRA STAKEHOLDERS

I fondi di private equity hanno un ruolo specialistico nel variegato mondo degli intermediari finanziari e i loro legami a monte con gli investitori nel fondo chiuso, a latere con la SGR che gestisce gli investimenti e a valle con le portfolio companies, possono generare asimmetrie informative e conflitti di interesse tra i diversi stakeholders. I momenti di maggiore criticità riguardano eventi chiave come il funding in fase di raccolta delle adesioni (in cui la reputazione dei gestori assume un ruolo fondamentale), l’acquisizione delle partecipazioni (per la negoziazione del prezzo e i conflitti ingenerati dalla convivenza con altri soci) e l’exit (in cui si ha il redde rationem e si fanno i conti sulla performance) ma anche i momenti solo apparentemente di routine in cui le partecipazioni devono essere gestite. L’impatto del private equity nella vita delle aziende è spesso dirompente e spezza equilibri consolidati, contribuendo a risolvere vecchi problemi ma nel contempo creandone di nuovi; lo scontro avviene anche sul piano culturale, con un impatto mediatico che esalta la speculatività dei fondi paragonati a “locuste”, contrapponendoli a soci storici e managers non di rado arroccati a difesa di una tradizione spesso anacronistica e di mere rendite di posizione.

LA VALUTAZIONE DELLE INVESTMENT BANKS: MODELLI DI BUSINESS E VALUE DRIVERS

La valutazione delle investment banks, anche non quotate, riveste un’importanza crescente in un mercato in cui gli assetti proprietari cambiano frequentemente e la tipologia di attività delle banche d’affari si modifica, alla ricerca di nuovi mercati e di prodotti innovativi da offrire alla clientela. Vi può essere anche un interesse di tipo interno alla valutazione, ad es. nell’ambito di piani di stock option per i key managers o ancora nella valutazione ai fini IAS del fair value di partecipazioni in investment banks o per l’impairment test dell’avviamento o ancora per l’esercizio del recesso. L’analisi dei modelli di business è un presupposto fondamentale della valutazione, considerando i margini di redditività e i flussi finanziari che derivano dal conto economico, che riflette anche la tipologia di banca d’investimento oggetto di valutazione. L’attività può essere infatti polifunzionale o dedicata a specifiche aree di intervento, discriminando in tal modo tra investment banks articolate anche geograficamente e con dimensioni tipicamente rilevanti, rispetto a realtà di nicchia, che operano come “boutique finanziarie” in specifici segmenti. Le investment banks più grandi e diversificate, di norma inserite all’interno di gruppi bancari o finanziari internazionali, possono perseguire strategie cost driven, ricercando vantaggi competitivi derivanti da minori costi e ampi volumi, sfruttando anche le sinergie intercompany, mentre le banche d’investimento stand alone tipicamente perseguono strategie di differenziazione, offrendo prodotti e servizi particolari, con marginalità anche elevate. Le investment banks devono considerare anche i conflitti di interesse derivanti dall’eventuale appartenenza a gruppi bancari, in cui convivono società con diversi obiettivi e funzioni. Recenti scandali finanziari a livello internazionale hanno imposto una crescente attenzione su tale delicato aspetto, introducendo meccanismi correttivi che segmentano l’attività dei singoli intermediari, delimitandone le sovrapposizioni; ne derivano una maggiore trasparenza ma anche costi aggiuntivi di compliance e di governance, che impattano sulla valutazione.

GLI HEDGE FUND: MODELLI DI BUSINESS E VALUTAZIONE DELLE SGR SPECULATIVE

Gli hedge fund vengono indicati come strumenti di investimento alternativi, fondi speculativi, fondi di fondi, in ogni caso in contrapposizione con le forme di gestione dei risparmio di tipo tradizionale, regolate da leggi e regolamenti specifici che ne limitano l’operatività e il rischio. Il termine anglosassone “hedge” significa letteralmente copertura, protezione e, in effetti, questi fondi nascono proprio con l’intento di gestire il patrimonio eliminando in gran parte il rischio di mercato. Sicuramente gli hedge fund sono fondi d’investimento, la cui filosofia è quella di ottenere risultati di gestione positivi indipendentemente dall’andamento dei mercati finanziari in cui operano. Il gestore, utilizzando anche il proprio capitale, non si propone di superare un indice di borsao un paniere finanziario (preso come benchmark), ma fissa un valore assoluto (obiettivo di gestione) da raggiungere ogni anno, mantenendo al tempo stesso entro una soglia massima il livello di volatilità della quota.

ROL E (IN)DEDUCIBILITÀ DEGLI INTERESSI PASSIVI: UN’IMPOSIZIONE PROCICLICAMENTE RECESSIVA

Le norme restrittive in tema di deducibilità degli interessi passivi comportano particolari problematiche nell’attuale contesto congiunturale recessivo, interagendo con diverse problematiche, a cominciare dal credit crunch, e ingenerando effetti perversi, non sempre percepiti in tutta la loro gravità. Per le imprese più fragili, fiaccate da anni molto difficili, l’asticella della deducibilità degli interessi passivi è fissata troppo in alto, con un impatto pro ciclico che aggrava la spirale negativa, senza alcun impatto apprezzabile sul gettito e anzi con l’effetto di contribuire alla scomparsa di soggetti passivi. L’impatto fiscale dell’indeducibilità degli interessi passivi interagisce anche con la crescita dello spread dei finanziamenti, cui si accompagna un irrigidimento della struttura finanziaria delle imprese. Se la normativa sull’indeducibilità degli interessi che eccedono il 30 % del ROL ha un impatto formalmente solo sul conto economico, coerentemente con la determinazione della base imponibile, essa in realtà trae le sue origini anche dallo stock di debito accumulato nel passivo di stato patrimoniale, di cui gli interessi passivi rappresentano la remunerazione. Ne deriva pertanto una contiguità con le abrogate norme in tema di thin capitalization, miranti a contrastare la sottocapitalizzazione e il conseguente elevato leverage. L’irrigidimento della struttura finanziaria delle imprese non performanti e indebitate, assoggettate alla normativa sul ROL, deriva non solo da una crescita quantitativa degli oneri finanziari, connessi ad un indebitamento cresciuto e unitariamente più oneroso, ma anche dai mutamenti, spesso surrettizi e impercettibili, della sua composizione qualitativa, in cui diminuisce la parte variabile (tasso Euribor base) e cresce, più che proporzionalmente, lo spread fisso. La difficoltà delle imprese finanziariamente poco strutturate a porre in essere strategie di immunizzazione finanziaria nell’ambito di applicazione di modelli di asset & liability management, rappresenta un’ulteriore criticità, che si rinsalda con le restrizioni fiscali, creando un effetto perverso, forse involontario ma non per questo meno pernicioso. Una lungimirante pianificazione fiscale dovrebbe ispirarsi alla sopravvivenza del “cliente – contribuente”, anche attraverso una sterilizzazione di queste normative, quanto meno in periodo di crisi, seguendo l’esempio dell’ammorbidimento di studi di settore che la congiuntura di settore ha reso pervicacemente insostenibili.

La valutazione delle testate editoriali cartacee e online

Le norme sulla stampa non contengono una definizione precisa di testata editoriale, così come non sono rinvenibili riferimenti nelle norme civilistiche e fiscali, nonché nei principi contabili nazionali, in merito al loro trattamento. Ciò vale, a fortiori, per le testate online. Per la valutazione delle testate editoriali si utilizzano formule empiriche proposte dalla dottrina, che tengono conto dei ricavi tipici attesi (vendite/abbonamenti, pubblicità …) e delle perdite operative maturate per lo sviluppo della stessa; la valutazione delle testate online e dei siti/canali tematici presenti sul web presenta ulteriori peculiarità e problematicità. La valutazione non può prescindere da un’analisi strategica dei modelli di business, caratterizzati da forte discontinuità tecnologica e di mercato, con una graduale trasmigrazione verso le testate online. Il concetto di testata, in termini valutativi e di tutela giuridica, presenta affinità con il “marchio”, identificandosi anche con il nome e il logo che essa esprime.

La valutazione economica del software

Il software, sinteticamente inteso come sequenza di istruzioni informatiche per eseguire funzioni su dispositivi hardware, rientra nell’ambito delle immobilizzazioni immateriali e presenta, per la sua pervasività nella vita quotidiana, uno strumento ormai irrinunciabile per qualsiasi fruitore.Ne derivano problematiche giuridiche assai articolate, qui richiamate in sintesi, e anche sofisticati metodi di valutazione economica, anche al fine della stima del danno da contraffazione, in uno scenario evolutivo caratterizzato da forti discontinuità tecnologiche.

La valutazione delle aziende alberghiere

Le aziende alberghiere presentano particolari caratteristiche e peculiarità, che assumono grande rilievo nel caso di una loro valutazione, attraverso un adattamento dei metodi tradizionali di valutazione; a fronte di un patrimonio immobiliare, tipicamente rilevante, gli alberghi hanno diverse caratteristiche (stelle; numero di stanze, location, stagionalità, ecc.) che incidono sulla loro red24ditività e stima di mercato.

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