La recessione economica, scatenata dalla crisi del sistema bancario e finanziario internazionale, pone nuovi interrogativi sul modo di “fare banca”, in presenza di impieghi in titoli o prestiti alla clientela che hanno evidenziato profili di rischiosità non percepiti prima della crisi e non supportati da un’adeguata patrimonializzazione. Gli investimenti in istituzioni di microfinanza nei paesi in via di sviluppo, tradizionalmente caratterizzati da rendimenti contenuti, hanno dimostrato una scarsa correlazione con i mercati internazionali, con un conseguente limitato profilo di rischio. La forte domanda di finanza etica, anche in risposta ad una generalizzata percezione di crisi di valori, apre nuove strade e mercati scarsamente esplorati, in un’economia sempre più globalizzata in cui problemi e opportunità sono – nel bene e nel male – sempre più condivisi. La microfinanza, una volta adeguatamente sviluppata, può dare un contributo duraturo e che si autoalimenta – come le fonti rinnovabili – alla soluzione della povertà, a differenza delle donazioni che svuotano le tasche dei benefattori per riempire solo temporaneamente quelle dei più bisognosi.